Se hai bisogno di aiuto per il tuo business online scrivici a:
Top
SEO Roma / SEO: posizionamento sui Motori di Ricerca  / Keyword density, un mito duro a morire
Keyword Density Yoast

Keyword density, un mito duro a morire

Ben ritrovati sul blog di SeoRoma!

Recentemente, Yoast ha espresso la propria preferenza per una keyword density tra lo 0 e il 2,5% a seconda di un certo numero di fattori. Ciò ha suscitato una certa polemica tra i SEO in quanto la keyword density (la proporzione tra le parole chiave ripetute e il totale delle parole del testo in cui si trovano) è sempre stato un argomento scottante: i profani che si approcciano all’ottimizzazione SEO dei contenuti partono con l’idea che esista una magica combinazione di parole che permetta di raggiungere posizionamenti del tutto soddisfacenti, quando invece l’ottimizzazione per i motori di ricerca contempla un numero di fattori sempre in crescita e del tutto variegati.

I SEO più esperti si trovano quindi a dissuadere di continuo questa persistente convinzione e a dimostrare come il peso delle keyword si sia di molto ridimensionato rispetto a qualche anno fa.

Ma che cos’è la keyword density, e perchè è (o si pensa dovrebbe essere) così importante?

Che cos’è la keyword density

La keyword density è il numero di volte (espresso come percentuale) in cui una parola chiave (intesa anche come una serie di parole componenti una keyword più specifica) viene ripetuta all’interno di un testo, in relazione al numero complessivo di parole. Questo concetto è legato a quello della keyword frequency, il numero di volte che una keyword appare all’interno del documento.

La formula per il calcolo della keyword density quindi è

KD: (numero di volte in cui la parola compare nel testo)/(numero totale di parole)
Ad esempio, se la keyword “tostapane” compare 6 volte in un articolo di 200 parole, abbiamo una keyword density del 3%.

Ne esiste anche una versione più avanzata detta TF-IDF “term frequency and inverse document frequency” che può essere usato dai motori di ricerca in alcuni casi per dedurre la rilevanza del contenuto di una pagina per l’intento di ricerca di un utente, ma come sempre questo fattore si somma ai molti alti in gioco in ambito di valutazione del posizionamento.

Fino a qualche anno fa – ma anche oggi, a essere sinceri – molti svolgevano l’ottimizzazione SEO con in mente una presunta percentuale di keyword ottimale da raggiungere per migliorare il posizionamento.

Ripetere più e più volte una stessa combinazione di parole chiave nel tentativo di rendere il testo più significativo per i motori di ricerca significa rischiare di compiere osteggiate pratiche di keyword stuffing che possono condurre al contrario alla scomparsa dai risultati di Google.

Il keyword stuffing è una pratica di sovraottimizzazione che consiste in una eccessiva ripetizione dei termini di interesse in aree rilevanti della pagina. Questo avviene spesso in pagine di scarso valore che vengono costruite principalmente per posizionarsi e non per offrire un reale vantaggio ai lettori.

Come puoi immaginare non esiste oggi una keyword density ottimale per due ragioni essenziali:

  • la keyword density non è un criterio utilizzato da Google per definire il posizionamento dei contenuti 
  • ogni testo si riferisce a un pubblico diverso e pertanto è praticamente impossibile definire una forma di linguaggio adatta a ogni genere di target

Molti anni fa, negli anni 90, effettivamente la mera ripetizione di parole chiave aveva un certo peso nel condurre alla posizione sulle serp. Oggi invece grazie all’evoluzione dei motori di ricerca queste presunte formule hanno perso di significato, che non sia quella di ricondurre i testi a schemi prefissati e sinceramente poco interessati.

Ritenere che un motore di ricerca così avanzato come quello di Google si avvalga, e si limiti, a constatazioni sul numero delle parole per definire l’attinenza e la qualità è sinceramente ingenuo e fuorviante rispetto alla vera natura di queste poderose applicazioni.

La keyword density: cosa significa oggi?

Questo concetto appare ancora più inconsistente se pensiamo a quanto le query siano difformi tra di loro: vi sono ambiti in cui la user experience la fa da padrona, altri nei quali una terminologia puntuale e rigorosa è elemento di attendibilità, altri ancora dove un linguaggio colloquiale serve a invogliare il lettore ad apprezzare il testo.

Contesto della query, autorevolezza degli autori, prestazioni di navigazione sono criteri indubbiamente più rilevanti ai fini del ranking. Focalizzarsi sulla sola presenza in un determinato modo delle parole chiavi significa dissuadere dall’intento che Google si è sempre preposta di fare scrivere gli autori nel modo che risulta gradito ai lettori.

Google, Bing e i motori di ricerca non fanno uso della keyword density ai fini del ranking, tuttavia si sprecano ancora oggi suggerimenti sulla percentuale ideale di parole chiave ricevute. Al contrario, la ripetizione naturale di parole chiave è un sintomo di probabile tentativo di manipolare i motori di ricerca e perciò può condurre a una penalizzazione delle pagine.

Con l’incremento dell’importanza della ricerca semantica e i miglioramenti in ambito di individuazione dei contenuti portati da Hummingbird hanno reso ancora più marginale l’incidenza della presenza delle keyword nelle aree rilevanti ai fini del posizionamento.

Per quanto riguarda i fattori che concorrono a generare il posizionamento, sembra molto più importante ragionare in un’ottica di autorità e di rilevanza. L’utilizzo delle keyword contribuisce a stimolare la rilevanza in quanto un testo attinente agli intenti di ricerca ragionevolmente possiede una somma di espressioni che vengono utilizzati dagli utenti per indicare le proprie necessità.

Tuttavia non si tratta di ripetere più e più volte le stesse parole chiave di interesse, quanto di introdurre nella pagina diverse varianti di coda lunga che dimostrano un impegno a generare dei contenuti quanto più possibile dal taglio umano e scritti con naturalezza.

L’aggiornamento Hummingbird di Google ha dato una considerevole spinta in questa direzione: grazie a una migliore comprensione del contenuto dei testi Big G ha potuto allentare la propria dipendenza dalla lettura delle singole parole per abbracciare quello più generale del significato a livello complessivo.

Siamo a conoscenza anche di numerosi casi in cui le pagine riescono a posizionarsi pur senza contenere la parola chiave esatta all’interno del testo. Le parole chiave ovviamente sono ancora importanti per l’ottimizzazione di Title, Description, URL ma all’interno del body possiamo introdurre numerose varianti delle terminologie che la keyword research ci può suggerire.

Quale è la distribuzione ottimale delle keyword?

In che cosa consiste invece una buona pratica di distribuzione delle parole chiave? Contenuti lunghi, oltre a essere in genere più in grado di rispondere a esigenze approfondite degli utenti, consentono di introdurre un maggior numero di keyword senza dare l’impressione di eccedere con i termini finalizzati al posizionamento.

Prima di ogni altra cosa, il contenuto deve essere scritto in maniera naturale agli occhi degli utenti per essere recepito come realmente utile, e non dare l’impressione di essere scritto solamente per compiacere i bot.

Le varianti delle parole chiave e delle formule utilizzate dagli utenti dovrebbero essere impiegate su tutta la pagina in modo tale da distribuire l’interesse degli utenti lungo tutto il corpo dell’articolo.

Per quanto riguarda la distribuzione ottimale delle keyword, non esiste una regola ottimale da rispettare o perlomeno condivisa da tutti: ad esempio, c’è chi parla di un utilizzare una keyword strategica ogni 200 parole.

Impiegare molteplici varianti delle parole chiave individuate con una soddisfacente keyword research permette sia di evitare le possibili penalizzazioni per keyword stuffing che di intercettare diverse formule di ricerca che le persone possono utilizzare, per rendere un contenuto più contestualmente valido, per massimizzare la rilevanza in maniera naturale e l’utilità per chi si avvale del contenuto.

Al giorno d’oggi, con innumerevoli fattori in gioco che influiscono sul posizionamento (c’è chi dice 200, ma molto più probabilmente decine di migliaia) pensare ancora alla miracolosa forma di parole chiave che permette di scalare le serp appare decisamente riduttivo, o meglio fuori luogo. Creare schemi di keyword ripetuti che portano a testi forzati e spiacevoli da leggere conduce più a danni che a altro.

Pensiamo innanzi tutto con il nostro cervello, immedesimiamoci nel nostro lettore tipo e cerchiamo di capire quale modo è migliore per entrare in contatto con lui, per esprimere i concetti che gli rivolgiamo e per spingerlo verso l’obiettivo di fidelizzazione che ci poniamo.

Perciò, anche se una keyword density ottimale non esiste e l’impiego forzato delle keyword è inutile ai fini del ranking, sicuramente esistono delle pratiche di abuso di ripetizione delle keyword dal quale bisogna guardarsi per non rischiare di compromettere i propri risultati.

Pensiamo a produrre contenuti di alta qualità dal linguaggio naturale e non pensiamo alla keyword density, insomma!

Hai trovato utile questo articolo?
(votanti: 1 media: 3)

mm
  • facebook
  • twitter

Amo scrivere per il web! Amante (non ricambiato) della SEO, appassionato di libri, film e fumetti, credo che la scrittura possa essere un modo per rendere il web un luogo migliore. Su www.ilariogobbi.it trovi guide e approfondimenti su SEO e storytelling.

Nessun commento

Pubblica un commento


Iscrivi alla Newsletter!



No, grazie!

Share This