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Google potrebbe svelare i propri algoritmi di ranking. O forse no

Molto probabilmente il nome di Philipp Kloeckner non suggerirà molto ai più: eppure si tratta di uno dei personaggi che, almeno in teoria, potrebbe segnare un cambiamento epocale nella storia di Google e, per estensione, della SEO. Per capirci qualcosa in più dobbiamo tornare per un attimo indietro nel tempo: nel 2006 è stato messo online il sito di Foundem, un comparatore di prezzi per prodotti di qualsiasi genere (automobili a noleggio, hotel, smartphone e via dicendo). Dopo pochi giorni la sua comparsa su Google Shopping, pero’, il sito è scomparso dai risultati di ricerca, molto probabilmente per via di una sorta di penalizzazione. In tutta risposta, è da anni da Founder si erge a paladino della Search Neutrality, sostenendo che l’esclusione dai risultati sia stata operata in malafede e trascinando Google in tribunale.

Il caso Foundem vs. Google è significativo da diversi punti di vista: prima di tutto perchè Foundem è stata probabilmente (il condizionale sarà d’obbligo, d’ora in poi) penalizzata da Google, e se vincesse la causa Foundem potrebbe addirittura essere la prima di una lunga serie: anche altri commercianti potrebbero sentirsi “perseguitati” da Google, e prendere la stessa decisione. In secondo luogo, la causa sarebbe ad un bivio: la corte che dovrà emettere un giudizio, infatti, ha proposto che Google riveli i dettagli di funzionamento del proprio algoritmo di ranking, sottoponendoli ad un SEO di terze parti (Philipp Kloeckner, per l’appunto, un esperto di motori di ricerca residente a Berlino) in modo facilitarne l’interpretazione e renderla meno tecnica. Questo significherebbe, in sostanza, che Google dovrebbe svelare il proprio segreto industriale per poter sciogliere alcuni nodi cruciali emersi dalle accuse di Foundem.

Kloeckner dovrebbe fare, almeno in teoria, ciò che ogni SEO sogna da molti anni: analizzare e valutare i dettagli tecnici del funzionamento dell’algoritmo di ranking, che ad oggi non conosciamo – cosa che Google sarà disposta a mettere nero su bianco fino ad un certo punto (per non dire: non lo farà). Un vero e proprio “stallo alla messicana“, insomma, e molto potrebbe dipendere dalla perizia che Kloeckner potrebbe essere chiamato ad effettuare. All’interno del sito di Foundem, peraltro, Google viene accusata di aver avuto scarsa trasparenza, e di non aver esplicitato (ad esempio) gli interventi di Google Panda (2011) all’interno dei risultati stessi. Sappiamo bene che Google è stata soggetta più volte a multe dell’antitrust, anche per Google Shopping, per cui la sensazione che si trovi in difficoltà potrebbe essere reale.

La circostanza sarà parecchio spinosa da gestire per il nostro amato-odiato motore di ricerca, e – ad oggi – l’esito della causa (senza contare eventuali ricorsi successivi, sui quali sono abbastanza pronto a scommettere) sembra essere incerto. Chi avrà ragione tra i due? Da un certo punto di vista verrebbe da dire che Foundem ha subito un torto, e che l’esclusione dai risultati sia stata ingiusta, o addirittura arbitraria (un’indiscrezione di qualche tempo fa, ad esempio, affermava che i dipendenti di Google possano, in determinate circostanze “critiche” – è già successo per alcuni siti complottisti e anti-vax, pare – manipolare l’ordine dei risultati a mano). D’altro canto, pero’, perchè avrebbero dovuto prenderli di mira? Rispondere a questa domanda è fondamentale: Google regge (e continua a fatturare) sulla base di un principio semplice, ovvero quello di soddisfare gratis (in apparenza, s’intende) i bisogni dell’utente che cerca qualsiasi cosa, basando le proprie fortune su una miriade di modelli di business differenti di rimando (servizi di Google Cloud, Google Ads e via dicendo). L’idea che abbia preso di mira un suo potenziale cliente penalizzandolo senza motivo, se non per un problema soggettivo di qualità dei risultati, non sembra forse reggere più di tanto.

Da leggere:   Google Lighthouse: le sue misurazioni riguardano sempre la percezione degli utenti

Peraltro non è impossibile che abbia ragione Google, come suggerito da un’intervista al Wall Street Journal in cui affermò di aver rimosso quel sito algoritmicamente per via di contenuti duplicati da altri portali (‘de-indexed’ the company because much of its content was copied from other sites, which it says leads to automatic downgrading in its search results.). A tale riguardo Greg Sterling di Search Engine Land suggerisce che – ammesso che sia vero che Foundem ha lavorato male sulla SEO del proprio sito, ricorrendo a tecniche black hat o comunque scorrette – la responsabilità sarebbe esclusivamente sua e nulla potrebbe esigere, in tal caso. D’altro canto, Google dovrebbe poter dimostrare davanti alla corte di operare un comportamento equo con tutti i competitor che, ogni giorno, vengono posizionati tra i suoi risultati: ma questo è difficile da dimostrare senza violare per intero il segreto industriale che l’ha resa famosa.

Staremo a vedere, insomma: e nel frattempo le ricerche e gli acquisti online, sempre più frequenti e numerosi (anche dati i tempi che stiamo vivendo), saranno forse vagliate con maggiore spirito critico dagli utenti.

Fonti: Wall Street Journal, searchengineland.com

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Ingegnere informatico, SEO-addicted, mi occupo di ottimizzazione sui motori di ricerca soprattutto lato tecnico. Da qualche tempo vivo nella Capitale.

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